In che cosa consiste di preciso questo passaggio? The New Spirit of Capitalism di Boltanski e Chiapello lo esamina in dettaglio, con particolare attenzione alla Francia. Abbracciando il metodo weberiano, il libro distingue tre «spiriti» consecutivi del capitalismo: il primo spirito del capitalismo, imprenditoriale, durò fino alla Grande Depressione degli anni Trenta; il secondo spirito del capitalismo prese a proprio ideale non l´imprenditore bensì il dirigente stipendiato di una grande azienda. Dagli anni Settanta in poi, invece, andò emergendo una nuova figura di «spirito del capitalismo»: il capitalismo abbandonò la struttura gerarchica di stampo fordista del processo di produzione e sviluppò una forma di organizzazione basata su una struttura a rete che si reggeva sull´iniziativa e l´autonomia del lavoratore dipendente sul posto di lavoro. Invece di una catena di comando centralizzata e gerarchica, si diffusero strutture a rete formate da una moltitudine di partecipanti, che organizzavano il lavoro sotto forma di team o di progetti, mirando a soddisfare la clientela, e vi fu una generale mobilitazione dei lavoratori grazie alla visione dei loro leader. In questo modo il capitalismo si è trasformato e legittimato come un progetto egalitario: per mezzo di un´accresciuta interazione autopoietica e di un´auto-organizzazio ne spontanea, arrivò perfino a usurpare il linguaggio dell´estrema Sinistra dell´auto-gestione dei lavoratori e da slogan anticapitalista che era ne fece uno slogan capitalista.
Un´intera sequenza di eventi storico-ideologici andò così creandosi, nella quale il Socialismo appare conservatore, gerarchico, amministrativo, tanto che la lezione del Sessantotto è «Good-bye, Mr Socialism», «Addio, Socialismo!» e la vera rivoluzione è quella del capitalismo digitale. Questo capitalismo è la logica conseguenza, la «verità» della rivoluzione del 1968. Le proteste anticapitaliste degli anni Sessanta integrarono la critica consueta dello sfruttamento socioeconomico con argomenti di critica culturale: l´alienazione della vita di tutti i giorni, la mercificazione dei beni di consumo, la mancanza di autenticità di una società di massa nella quale «si indossano maschere» e si subiscono oppressioni sessuali e di altra natura.
Il nuovo spirito del capitalismo in modo trionfante recuperò la retorica egalitaria e antigerarchica del 1968, presentandosi come una rivolta libertaria di successo contro le organizzazioni sociali oppressive del capitalismo delle corporation e anche contro il socialismo «reale, esistente»: questo nuovo spirito libertario è incarnato dai capitalisti «disinvolti», vestiti alla buona, come Bill Gates e i fondatori del gelato «Ben and Jerry».
La scommessa di Michael Hardt e Toni Negri è che questo nuovo spirito è già di per sé Comunista: come Marx celebrano il potenziale rivoluzionario «de-territorializzan te» del capitalismo; come Marx individuano la contraddizione all´interno del capitalismo, nel divario esistente tra questo potenziale e la forma del capitale (l´appropriazione da parte della proprietà privata del surplus). In breve, riabilitano il vecchio concetto marxista di tensione tra forze produttive e relazioni della produzione: il capitalismo genera già «i germi della futura forma di vita nuova», produce incessantemente il nuovo «terreno comune», così che in una esplosione rivoluzionaria, questo Nuovo dovrebbe essere svincolato dalla vecchia forma sociale. Non stupisce che Negri di recente stia sempre più apprezzando il capitalismo digitale «postmoderno», affermando che esso è già Comunista, e che occorrerà soltanto poco, una spintarella, un gesto puramente formale, perché divenga apertamente tale. La strategia di base dell´odierno capitalismo consiste nel coprire la propria superfluità, trovando un nuovo modo per sussumere nuovamente la libera moltitudine produttiva.
L´ironia è che Negri si riferisce qui al processo che gli stessi ideologi dell´odierno capitalismo «postmoderno» celebrano in qualità di passaggio dalla produzione materiale alla simbolica, dalla logica centralista- gerarchica alla logica dell´auto-organizzaz ione autopoietica, della collaborazione multi-centrica, e così via. Negri qui è in effetti fedele a Marx: ciò che si sforza di dimostrare è che Marx aveva ragione, che l´ascesa dell´«intelletto generale» è incompatibile a lungo termine con il capitalismo. Gli ideologi del capitalismo postmoderno stanno facendo un´affermazione diametralmente opposta: è la teoria marxista (e la pratica marxista) stessa a restare nell´ambito delle costrizioni della logica gerarchica centralizzata a controllo statale, e pertanto non può affrontare gli effetti sociali della nuova rivoluzione informazionale.
Ci sono buone ragione empiriche a conferma di questa affermazione: ancora una volta, il paradosso storico è che la disintegrazione del Comunismo è l´esempio più convincente della validità della tradizionale dialettica marxista tra forza di produzione e rapporto di produzione, sulla quale il marxismo fece affidamento nel suo tentativo di rovesciare il capitalismo. A nuocere definitivamente ai regimi comunisti è stata la loro stessa incapacità ad adattarsi alla nuova logica sostenuta dalla «rivoluzione informazionale» : hanno cercato di pilotare questa rivoluzione come un qualsiasi progetto su larga scala di pianificazione statale centralizzata. L´assurdo, pertanto, è che ciò che Negri esalta come una chance irripetibile per rovesciare il capitalismo, gli ideologi della «rivoluzione informazionale» lo esaltano come l´ascesa del nuovo capitalismo «privo di attriti».
Ma il passaggio a un altro spirito del capitalismo fu davvero tutto ciò che accadde negli eventi del ‘68, così che tutto l´euforico entusiasmo per la libertà in realtà non fu altro che un mezzo per sostituire una forma di dominio con un´altra? Ricordiamo le parole di sfida lanciate da Lacan agli studenti: «Come rivoluzionari, voi siete dei pazzi che chiedono un nuovo padrone. E lo avrete». Pur avendo ragione, il Sessantotto fu un evento unico oppure fu uno strappo, e anche ambiguo, nel corso del quale varie tendenze politiche lottarono tra loro per l´egemonia? Ciò spiegherebbe il fatto che mentre l´ideologia egemonica si appropriò magnificamente del Sessantotto come di un´esplosione della libertà sessuale e della creatività anti-gerarchica, Nicholas Sarkozy ha detto nella sua campagna elettorale del 2007 che suo compito è quello di far finalmente superare alla Francia il Sessantotto. Pertanto c´è un «loro maggio ‘68» e un «nostro maggio ‘68» nel nostro odierno ricordo ideologico, la «nostra» idea di base delle dimostrazioni di quel maggio, mentre il collegamento tra le proteste studentesche e gli scioperi dei lavoratori è dimenticato.
Della liberazione sessuale degli anni Sessanta è sopravvissuto il tollerante edonismo facilmente incorporato nella nostra ideologia egemonica. L´imperativo del superego di divertirsi pertanto funge da esatto contrario del «Du kannst, denn du sollst!» (Puoi, quindi devi!) di Kant, diventa un «Devi perché puoi!». Ciò significa che l´aspetto del superego dell´edonismo odierno «non-repressivo» (le incessanti provocazioni alle quali siamo esposti, che ci impongono di andare fino in fondo e di esplorare tutti i modi possibili di godimento, di jouissance) risiede nel modo in cui la jouissance necessariamente si trasforma in una joiussance obbligatoria. Questo impulso al puro godimento autistico (per mezzo di sostanze stupefacenti o di altri metodi che inducono uno stato di trance) si affermò in un momento politico preciso: allorché la spinta emancipatrice del 1968 esaurì il suo potenziale. In quel periodo critico (la metà degli anni Settanta) l´unica opzione rimasta era il passaggio all´azione diretta, brutale, una spinta verso la Realtà che assunse tre forme principali: la ricerca di forme estreme di jouissance sessuale; il terrorismo politico di sinistra (con la Raf in Germania e le Brigate Rosse in Italia, e così via, la cui scommessa era che in un´epoca in cui le masse erano totalmente immerse nel sonno ideologico capitalista, la critica consueta dell´ideologia non era più operativa, così che soltanto il ricorso alla cruda Realtà della violenza diretta - l´azione diretta - poteva risvegliare le masse); e infine la svolta verso la Realtà di un´esperienza interiore (il misticismo orientale). In comune, tutte e tre erano caratterizzate da una medesima estraniazione da un impegno concreto socio-politico in un contatto diretto con la Realtà.
Questo cambiamento dall´impegno politico alla Realtà post-politica è forse esemplificato al meglio dai film di Bernardo Bertolucci, un rivoltoso accanito, e in particolare dall´evoluzione delle sue opere, dai suoi primi capolavori quali Prima della rivoluzione ai suoi più recenti cedimenti estetico-spirituali sti, come il tremendo Piccolo Budda. Questo percorso ha compiuto un giro completo con I sognatori, l´ultimo film di Bertolucci sul Sessantotto parigino, nel quale una coppia di studenti, fratello e sorella, e un giovane studente americano di passaggio stringono una profonda amicizia nel turbinio degli eventi per poi separarsi, alla fine del film, perché i due francesi restano invischiati nella violenza politica mentre l´americano rimane fedele al messaggio di amore e di libertà passionale.
Infine, il grande interrogativo: se, come afferma Alain Badiou, il Maggio 1968 è stato la fine di un´epoca, che ha segnato (insieme alla rivoluzione culturale cinese) il consumarsi definitivo di una grande successione di rivoluzioni politiche iniziate con la Rivoluzione d´Ottobre, oggi dove ci collochiamo? Siamo tra coloro che ancora contano su - e con un´alternativa radicale - un capitalismo egemonico democratico parlamentare, costretti ad estraniarci e ad agire da diversi «siti di resistenza» oppure possiamo ancora concepire un intervento politico più radicale?
Questo è il vero lascito del Sessantotto: al cuore del Sessantotto ci fu il rifiuto del sistema liberal - capitalista, un grande NO alla sua totalità, meglio esplicitato nel famoso slogan: «Cerchiamo di essere realisti, chiediamo l´impossibile!» . La vera utopia è credere che il sistema globale esistente possa riprodursi all´infinito; l´unico modo di essere veramente «realisti» è pensare a cosa, nell´ambito delle coordinate di questo sistema, non possa sempre apparirci impossibile.

2 commenti:
Zizek ha scritto cose migliori. In questo articolo mi sembra meno lucido del solito. Forse per questo è stato pubblicato su Repubblica.
Una prima nota: la parola jouissance è stata solitamente tradotta senz'altro con godimento, per esempio in "Il godimento come fattore politico".
Il punto essenziale che qui mi piace evidenziare è che il '68 non fu in reale contrasto con il capitalismo e nemmeno con il liberismo economico; proprio per questo i mass-media lo celebrano in continuazione. In confronto il '77 fu molto più critico verso i poteri costituiti e per questo è stato sepolto. Moroni e Balestrini lo spiegavano bene in L'orda d'oro.
L'atteggiamento verso il '77 è analogo all'amnesia odierna su Lenin, quello che fece la rivoluzione nonostante le teorie marxiste, mentre Marx, quello che sbagliò le previsioni viene oggi citato in continuazione.
In questo senso Zizek, grande studioso di Lenin, mi sorprende un po' in questo pezzo.
L'Oggetto a come limite intrinseco del Capitalismo, di Zizek, mi appariva migliore.
L'ho tradotto qui:
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=1612
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